::Come gira il fumo::

1.

Il giorno in cui mio zio spiantò il suo enorme albero di fico, io avevo otto anni e gironzolavo senza meta per le campagne attorno a casa, arse dalla calura pomeridiana di fine estate. Il legno di fico brucia male, non finisce in camino e certi artigiani ne ricavano crocefissi che fanno gridare al miracolo chi interviene per spegnere gli incendi nelle chiese, davanti all’evidenza che Cristo vince le fiamme dell’inferno.

Incrociai lo sguardo di mio zio Vincenzo attraverso l’aria tremolante. Con l’espressione di chi sta completando un lavoro fondamentale mi gridò dall’altro lato del muro a secco che delimitava la campagna: «Beh? Posso mai accettare che quest’albero diventi un Cristo qualunque appollaiato sopra la testa di un prete del cazzo?». Mi feci in fretta il segno della croce, sperando che anni di servizio da chierichetto potessero emendare me e tutta la famiglia dalle parole affannate di mio zio. Sudavo solamente a guardare e lo vidi, grondante, chinarsi ancora una volta su sega e accetta per completare il lavoro di smembramento dell’albero, in pezzi non più lunghi di quaranta centimetri che non sarebbero serviti a nulla e a nessuno, buoni nemmeno per la brace l’inverno successivo. Non gli risposi, salutai con un cenno e me ne andai a testa bassa verso casa, in cerca di acqua fresca, chiedendomi come fosse mai possibile che mio zio, famoso per non lavorare mai, in nessun caso e per nessuna ragione, spendesse tutto quel tempo in quell’opera insensata. Col suo basco fatto ad uncinetto, la barba lunghissima e nera come il carbone e un’espressione sempre accigliata sotto l’ombrello rosso con cui si riparava dal sole passeggiando in piazza o vendendo i dischi il sabato, al mercato del paese, mio zio era decisamente un personaggio curioso. Carevaune, come lo chiamavano per via della barba, era tornato a casa atterrando come un alieno, dopo essere stato in giro un po’ ovunque per l’Italia a cantare le sue canzoni, battendo il tempo su una sedia o su una valigia di cartone. I suoi erano concerti infiniti. Una volta mi ero fatto convincere da mio padre ad andarlo a sentire e avevo giurato a me stesso che non avrei mai più fatto lo stesso errore: in quelle canzoni non si parlava mai di andare à la playa, né di bersela perché è tropicana, yè. Piuttosto, traboccavano di gente che ara, che zappa, che s’ammazza di lavoro e nostalgia in giro per il mare. Dove trovasse il fiato, e la voglia, per resistere un minuto in più dell’ultimo spettatore, non lo capii mai.

2.

Le stradine di campagna erano deserte, se si escludevano i rari contadini che tornavano dalle vigne. Sotto casa, i ragazzi delle case popolari rincorrevano il brutto barboncino spelacchiato di Michele lo Spazzino, urlandogli dietro come al solito Àsfidànken, aspettando che la sera portasse un po’ di vento dal mare per poter iniziare una interminabile partita di pallone.

Il nostro campo era una distesa di asfalto posata senza una precisa ragione, un mare di bitume che si affacciava sulle isole, i palazzi bianchi e azzurri in cui abitavamo. La prima volta che avevo partecipato a una di queste partite ci eravamo trasferiti da pochissimo a casa nuova: avevano subito rinunciato a mettermi in porta, cosa che si fa tipicamente coi nuovi e con gli scarsi, o con quelli che non possono sudare. Selezionato per ultimo, la mia altezza miserrima aveva scoraggiato i grandi e consigliato prudenza: l’altra squadra avrebbe dovuto semplicemente alzare la palla per segnare valanghe di gol. Mi chiesero sbrigativamente dove giocassi, io risposi: «All’ala», come se avessi una idea precisa di cosa significasse, mi misero effettivamente sul lato destro del campo intimandomi di fare meno danni possibile. Alcuni riti li rispettavamo con grande attenzione, uno di questi era la battuta del calcio d’inizio: la lunghezza del campo misurata a passi e il calcolo preciso della metà campo davano improvviso valore alla altrimenti superflua tabellina del due. Uno, due tocchi e la palla arrivò dalle mie parti. Io non ci pensai due volte, caricai il tiro e il pallone arancione andò a infilarsi tra Massimo e il palo della luce, che svolgeva nell’occasione anche il ruolo di palo della porta. I miei compagni di squadra accolsero il gol del nostro vantaggio con una vaga freddezza, mentre Massimo abbandonava la porta correndomi incontro, dimentico della necessità di non sudare. Complimentandomi mentalmente con la sua sportività gli andai incontro per riceverne l’abbraccio, incassando due ceffoni: «Nan u’ si facenn cchiù!», mi suggerì nel mio stesso interesse. Tirai in porta una sola altra volta, da lontano, il pallone non ne volle sapere di entrare e il portiere ribadì con uno sguardo truce il suo suggerimento interessato, chiedendosi come mai non mi fosse stato chiaro sin da subito. Ringraziai la mia buona stella che aveva certamente deviato la palla in volo perché – mi convinsi – io avevo tirato preciso. In ogni caso, minacce o no, quella fu l’ultima volta che giocai all’ala. Piedoni ineducati, una conformazione fisica più simile a una scamorza che a Donadoni e una corsa lenta, indolente e caracollante, mi rendevano inadatto a qualunque ruolo: mi piazzavano in difesa, contando più sulla tigna che su una reale capacità di fermare gli attaccanti. Mio padre, mi ripetevano i vecchi quelle poche volte che mi capitò di giocare allo stadio del paese, era stato sul campo tutta un’altra cosa. Veloce, durissimo e corretto, alto un metro e un tappo ma elastico come una molla: nessun attaccante vedeva la palla con lui, espulso una sola volta per aver insultato un arbitro fascista sbeffeggiandolo col saluto romano. Io me ne fregavo alquanto, se dobbiamo dirla tutta: giocavo come potevo, ogni volta che mi chiamavano, e questo era tutto.

3.

In un paese rifugio dei terroristi fascisti solo fino a pochi anni prima, le scritte sui muri volevano, ogni pochi metri, il Msi fuorilegge, il Pci fuorilegge. La nostra meravigliosa toponomastica prevedeva, allineate e coperte, le vie Gorizia, Bolzano, Fiume, Trento, Trieste e Tripoli, con via Ugo Foscolo unica soluzione della italica continuità. Quando tornavo da scuola, era l’intera storia d’Italia del ‘900 a scorrermi sotto i piedi, altroché. Umberto I e Giacomo Matteotti si davano il cinque sul corso principale.

In via Bolzano, le scritte raccontavano della Roma merda e della Juventus: a volte merda, a volte ladra e in un paio di volte entrambe le cose. Scritte superstiti di qualche anno prima ringraziavano il Liverpool, mentre ovunque l’odio per Lecce grondava in mille rivoli. In un paio di casi i muri recitavano, rispettivamente:

COMUNTI ASSASSINI e COMUSTI LAVATEVI

sotto le quali un ignoto pedagogo aveva finito col consigliare:

FASCISTI ANDATE A SCUOLA

Io, che mi lavavo, andavo a scuola senza che nessuno me lo chiedesse sui muri e non ero certo un assassino, avevo della rivoluzione un’idea abbastanza vaga. A scuola non ce ne parlavano certamente. Mia cugina più grande era interessata solamente alle Timberland, ai Duran Duran, ai ragazzi con il fuoristrada – e col piumino, in inverno – e alla penuria di panini nel nostro arretratissimo paese. Della rivoluzione mi preoccupava seriamente il fatto di dovermi far crescere la barba come mio zio, o i capelli come Che Guevara. I capelli mi piacevano corti e Carevàune mi lasciava una certa inquietudine: non somigliava affatto a Simon Le Bon e veniva veramente difficile credere che avesse inciso davvero dei dischi, lui che spesso cantava addirittura in dialetto. Però mi convinceva l’idea che tutti quanti avrebbero dovuto condividere quello che gli serviva per essere felici. Una sola volta, infatti, era capitato che Alessandro, che aveva portato il pallone, si fosse rifiutato di giocare con noi. Non c’era verso di fargli cambiare idea con le buone e grosso com’era non avremmo combinato nulla neanche con le cattive. Continuò tutto il pomeriggio a far rimbalzare stancamente la palla contro il muro, mentre noi dopo averlo pregato, blandito ed infine insultato – per dirla tutta, Michele, che correva velocissimo, gli sputò pure contro prima di darsela a gambe – ci dedicammo a un pomeriggio selvaggio di nascondino, dal quale tornammo stanchissimi e felici, per scoprire che Alessandro s’era annoiato a morte, tornandosene a casa prima del tempo.

4.

La brughiera, nelle lande desolate di Scozia ed Inghilterra, evoca certamente storie di fantasmi, distillate dal latrare lontano dei cani persi nella nebbia. A me, senza l’ausilio del clima e anzi in aperto contrasto, davano i brividi le storie che sentivo sulla cava sbancata sulle colline attorno al paese per portarne via la terra rossa, diventata inevitabilmente discarica.

Era cominciato tutto pochi anni prima, perché la terra fertile nella zona di Martucci faceva gola a chi voleva rimpinguare campi esanimi e pieni di pietre, trasformandoli in un miracolo produttivo. Gli imprenditori locali non si erano fatti trovare impreparati e davanti alla richiesta di terra nuova avevano scavato numerose cave abusive già a partire dalla fine degli anni ’70.

I nostri pirati non avevano bende sugli occhi e neanche uncini alle mani: tiravano la carretta solo nel soprannome di famiglia, ma giravano per il paese con il portafogli gonfio facendo sfoggio di potere e sbancavano cave per riempirsi le tasche di nuovo e di più. I nostri pirati erano onesti padri di famiglia, sedevano in consiglio comunale, si inginocchiavano la domenica in chiesa e tutti gli altri giorni davanti al denaro, mentre condannavano tutto il paese. Non giocammo mai ai pirati, la puzza di quella finzione arrivava fino alle nostre narici di bambini.

Così, anche le nostre storie di fantasmi erano racconti di interi rimorchi sganciati dalle motrici ed abbandonati nelle viscere di una terra piena di inghiottitoi, doline, lame e corsi d’acqua sotterranea. Sopra, ciliegi, uva e i migliori carciofi del mondo crescevano ignari. Solo pochi mesi prima l’esplosione del reattore di Chernobyl ci aveva relegati in casa a bere latte a lunga conservazione e mangiare pasta con pomodoro coltivato l’anno prima, anche se la clausura era durata poco. Le voci raccontavano di tonnellate e tonnellate di insalata contaminata ed invendibile scaricata nella discarica e in altre cave abusive, scavate nelle campagne, senza che si riuscisse a fare chiarezza su cosa avvenisse davvero. I cani che abbaiavano laggiù me li immaginavo trascinarsi arrabbiatissimi con almeno due teste, a causa dell’olocausto nucleare di cui ci parlavano a scuola, distante solamente un bottone pigiato sulla scrivania di Gorbaciov o su quella di Reagan.

Che qualcosa di strano ci fosse davvero, in quella discarica, cominciammo a capirlo davvero nel giro di poco tempo. La puzza insopportabile quando girava il vento tagliava il fiato, altro che partite di pallone. Ce ne stavamo in casa a giocare al Commodore64, badando bene di tenere chiuse pure le finestre. A volte colonne di fumo nero si alzavano minacciose, mentre l’odore di copertoni bruciati si allargava nell’aria.

5.

Gli anni dei bambini scorrono lentissimi e sembrano infiniti, come le nostre partite di pallone. Il 1987 si chiuse con una gran sorpresa: i russi e gli americani avevano firmato un qualche accordo per il quale, ci spiegarono a scuola, non si sarebbero sparati addosso per un po’ e forse avrebbero addirittura preso la decisione, prima o poi, di diventare amici. Quando la maestra, poco prima delle vacanze di carnevale, ci chiese di disegnare l’inquinamento di cui ci aveva parlato spesso, praticamente tutti quanti disegnammo fabbriche coi tetti dal lucernario a zig-zag, che emettevano fumo grigio dai comignoli. In molti per buon peso ci parcheggiammo davanti alle auto, vuote ma con i tubi di scappamento ed i motori in pieno funzionamento. Il sole non si vedeva nemmeno, con tutte quelle nuvole sudice.

Leonardo Scaramuzzi, invece, no.

Leonardo disegnò una montagna di rifiuti circondati da alberi – di ciliegio, ci spiegò, e questo chiarì il motivo di quei pallini rossi tra i rami – e interrogato dalla maestra risposte che da due anni suo padre gli impediva di mangiare le ciliege dagli alberi, perché con la discarica ormai anche le ciliege puzzavano, e i topi salivano sugli alberi a mangiarsele loro, le ciliege.

Qualcuno sorrise di questa ingenuità e cercò di convincerlo che l’inquinamento era qualcosa di lontano, relegato alle regioni del nord dove avevano rinunciato a coltivare la terra o a pescare, per mettersi a lavorare nelle fabbriche. «Al massimo» disse Nicola, che aveva uno zio che lavorava all’altoforno «puoi trovare un po’ di inquinamento all’Italsider a Taranto, ma mica come a Torino!». Francesco rincarò la dose: «Tu senti la puzza solo perché tin nu nas da ddò p’zzing a Gerusalemm» e fece il gesto del naso che si allunga. Solo Maria Nuzzi era d’accordo con Leo, mentre io ricordo benissimo che non sapevo cosa pensare, di preciso. La maestra ci raccontava che l’inquinamento erano quei fumi densi che uscivano dalle fabbriche e dalle auto, e ci spiegava che si sarebbero dovute fare fabbriche più pulite e auto più pulite, e non fumare, perché fumare fa male. Mettere in discussione le auto, le fabbriche e le discariche sembrava più materia per racconti di fantascienza che roba da programmi scolastici.

Leo insisteva, però: si vede che ricordarsi la mancanza delle ciliege lo aveva lasciato davvero avvelenato. Di nascosto scrisse sul muro dietro la sua sedia:

LA DISCARICA PUZZA

Come ad ogni carnevale, anche quell’anno nell’intervallo giocammo a pentolaccia. Ovviamente tutti avremmo preferito poter giocare a pallone nella palestra, dove ogni tiro rimbombava e le urla saturavano tutto lo spazio. Mentre scendevamo le scale, Francesco si mise a prendere in giro Leo per via delle ciliege, della discarica, dell’inquinamento, del naso, o forse per tutte e quattro le cose. «Solo uno scemo nasone come te può pensare che l’inquinamento è quando c’è la discarica. L’inquinamento è quando ci sono le fabbriche» cantilenava Francesco, dietro le spalle di Leo, silenzioso accanto a Maria nella fila per due.

Quell’anno il bastone della pentolaccia toccò a Leo. Fu bendato, portato sotto la pignatta e incoraggiato. Me ne stavo tranquillo in attesa del mio turno, ma vidi benissimo che il nasone di Leo teneva la benda un po’ sollevata. Iniziò a roteare il manico di scopa sopra la testa fingendo scarsa mira, fino a che Sdèng! non lo calò sulla crapa pettinata di Francesco, e fine della pentolaccia. Tra le grida e i pianti, Francesco fu portato fuori dalla palestra. Fu allora che tutti quanti guardammo verso le colline.

6.

Un rogo isolato nella discarica in mezzo al nulla sparava fuori un fumo grigio, l’aria ferma lasciava che una colonna si levasse e salisse serena verso il cielo. L’immobilità del fumo nell’aria suggeriva che non già la discarica sputasse fuori veleno o vapore o grigio assortito, ma al contrario per mezzo di una cannuccia invisibile succhiasse le nubi ed il maltempo direttamente nella cava, che ho immaginato tante volte, da allora, piena di vapore denso, compattato da appositi macchinari in mattoni di nuvole solide. Con mattoni di nuvole solide, pensai, si potrebbero costruire case da sogno impermeabili alla pioggia, nelle quali non temere il rigore del gelo né il caldo opprimente e neanche l’arrivo di cattive notizie.

Come gira il fumo?

La discarica in contrada Martucci, nel territorio tra Mola di Bari e Conversano denominato La Conca d’Oro per l’altissima produttività agricola di elevata qualità, è stata la naturale conseguenza di continui abusi compiuti sull’ambiente. Già dalla fine degli anni ’70, società di movimento terra senza scrupoli hanno violentato il territorio, spostando milioni di metri cubi di terreno fertile e lasciando cave al posto delle colture tipiche. Persino una strada locale, che collegava le contrade Martucci e Pozzo Vivo, è stata prima spianata da una società di movimento terra e poi inghiottita dalla discarica.

Come prevedibile o forse come previsto, le cave hanno cominciato a riempirsi di rifiuti fino a che la cava in contrada Martucci non è stata trasformata ufficialmente in discarica, prendendo atto della realtà dei luoghi. Addirittura le cronache raccontano che le discariche sarebbero state uno strumento di risanamento ambientale, allo scopo di riempire le cave.

La gestione dell’emergenza rifiuti, negli anni successivi, ha consentito alla discarica di restare aperta in spregio alle più elementari norme di buon senso, mentre la politica, che ha contribuito a fare di un territorio ricco e a forte vocazione agricola un gruppo di discariche tossiche e maleodoranti, abdica al potere giudiziario decisioni che sono, nei fatti, puramente politiche.

La discarica in contrada Martucci è ancora aperta, il carciofo di Mola di Bari, un tempo vanto e ricchezza del territorio, non è praticamente più coltivato.

Il 16 gennaio 2015 si è svolta presso il Tribunale di Bari l’udienza preliminare per verificare la fondatezza delle accuse mosse dalla Procura di Bari nei confronti di 11 indagati e delle ditte Progetto Gestione Bacino Bari 5 e Lombardi Ecologia e, nel caso, avviare il procedimento per i reati ambientali commessi nella costruzione e gestione delle discariche presenti in contrada Martucci. La corsa contro il tempo per evitare la mannaia dell’ennesima prescrizione sui reati ambientali in Italia è iniziata.

Da giugno 2012 la discarica è chiusa, sostituita da un impianto di biostabilizzazione nel quale i rifiuti vengono pretrattati prima di essere bruciati nell’inceneritore di Massafra.

I roghi isolati continuano, benché l’attenzione mediatica attorno alla terra dei fuochi abbia inevitabilmente costretto, anche in Puglia, ad eseguire questi atti illegali con molta più circospezione. Una storia sufficientemente completa della discarica in contrada Martucci può essere letta qui e può essere approfondita nel libro L’ultimo chiuda la discarica (Levante Editori) di Pietro Santamaria.

Enzo Del Re, detto Carevàune è morto nel 2011. Negli anni ’90 ha pubblicato le sue ultime opere in musicassetta. L’ultima, nel 1994 come i Nirvana.

Leonardo Scaramuzzi e Maria Nuzzi sono andati a vivere in una masseria, vicino Cisternino.

Io nel frattempo ho ripreso a giocare a calcio all’ala sinistra con i soliti, pietosi risultati.

 

Questo racconto è stato scritto in origine per la raccolta “Tifiamo Scaramouche”, è incluso nel quarto volume che si può scaricare, assieme agli altri, qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/2015/06/scarica-i-4-quattro-volumi-di-tifiamoscaramouche-storie-di-guerra-di-classe-scaturite-da-larmatadeisonnambuli/ 

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