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::Come gira il fumo::

1.

Il giorno in cui mio zio spiantò il suo enorme albero di fico, io avevo otto anni e gironzolavo senza meta per le campagne attorno a casa, arse dalla calura pomeridiana di fine estate. Il legno di fico brucia male, non finisce in camino e certi artigiani ne ricavano crocefissi che fanno gridare al miracolo chi interviene per spegnere gli incendi nelle chiese, davanti all’evidenza che Cristo vince le fiamme dell’inferno.

Incrociai lo sguardo di mio zio Vincenzo attraverso l’aria tremolante. Con l’espressione di chi sta completando un lavoro fondamentale mi gridò dall’altro lato del muro a secco che delimitava la campagna: «Beh? Posso mai accettare che quest’albero diventi un Cristo qualunque appollaiato sopra la testa di un prete del cazzo?». Mi feci in fretta il segno della croce, sperando che anni di servizio da chierichetto potessero emendare me e tutta la famiglia dalle parole affannate di mio zio. Sudavo solamente a guardare e lo vidi, grondante, chinarsi ancora una volta su sega e accetta per completare il lavoro di smembramento dell’albero, in pezzi non più lunghi di quaranta centimetri che non sarebbero serviti a nulla e a nessuno, buoni nemmeno per la brace l’inverno successivo. Non gli risposi, salutai con un cenno e me ne andai a testa bassa verso casa, in cerca di acqua fresca, chiedendomi come fosse mai possibile che mio zio, famoso per non lavorare mai, in nessun caso e per nessuna ragione, spendesse tutto quel tempo in quell’opera insensata. Col suo basco fatto ad uncinetto, la barba lunghissima e nera come il carbone e un’espressione sempre accigliata sotto l’ombrello rosso con cui si riparava dal sole passeggiando in piazza o vendendo i dischi il sabato, al mercato del paese, mio zio era decisamente un personaggio curioso. Carevaune, come lo chiamavano per via della barba, era tornato a casa atterrando come un alieno, dopo essere stato in giro un po’ ovunque per l’Italia a cantare le sue canzoni, battendo il tempo su una sedia o su una valigia di cartone. I suoi erano concerti infiniti. Una volta mi ero fatto convincere da mio padre ad andarlo a sentire e avevo giurato a me stesso che non avrei mai più fatto lo stesso errore: in quelle canzoni non si parlava mai di andare à la playa, né di bersela perché è tropicana, yè. Piuttosto, traboccavano di gente che ara, che zappa, che s’ammazza di lavoro e nostalgia in giro per il mare. Dove trovasse il fiato, e la voglia, per resistere un minuto in più dell’ultimo spettatore, non lo capii mai.

2.

Le stradine di campagna erano deserte, se si escludevano i rari contadini che tornavano dalle vigne. Sotto casa, i ragazzi delle case popolari rincorrevano il brutto barboncino spelacchiato di Michele lo Spazzino, urlandogli dietro come al solito Àsfidànken, aspettando che la sera portasse un po’ di vento dal mare per poter iniziare una interminabile partita di pallone.

Il nostro campo era una distesa di asfalto posata senza una precisa ragione, un mare di bitume che si affacciava sulle isole, i palazzi bianchi e azzurri in cui abitavamo. La prima volta che avevo partecipato a una di queste partite ci eravamo trasferiti da pochissimo a casa nuova: avevano subito rinunciato a mettermi in porta, cosa che si fa tipicamente coi nuovi e con gli scarsi, o con quelli che non possono sudare. Selezionato per ultimo, la mia altezza miserrima aveva scoraggiato i grandi e consigliato prudenza: l’altra squadra avrebbe dovuto semplicemente alzare la palla per segnare valanghe di gol. Mi chiesero sbrigativamente dove giocassi, io risposi: «All’ala», come se avessi una idea precisa di cosa significasse, mi misero effettivamente sul lato destro del campo intimandomi di fare meno danni possibile. Alcuni riti li rispettavamo con grande attenzione, uno di questi era la battuta del calcio d’inizio: la lunghezza del campo misurata a passi e il calcolo preciso della metà campo davano improvviso valore alla altrimenti superflua tabellina del due. Uno, due tocchi e la palla arrivò dalle mie parti. Io non ci pensai due volte, caricai il tiro e il pallone arancione andò a infilarsi tra Massimo e il palo della luce, che svolgeva nell’occasione anche il ruolo di palo della porta. I miei compagni di squadra accolsero il gol del nostro vantaggio con una vaga freddezza, mentre Massimo abbandonava la porta correndomi incontro, dimentico della necessità di non sudare. Complimentandomi mentalmente con la sua sportività gli andai incontro per riceverne l’abbraccio, incassando due ceffoni: «Nan u’ si facenn cchiù!», mi suggerì nel mio stesso interesse. Tirai in porta una sola altra volta, da lontano, il pallone non ne volle sapere di entrare e il portiere ribadì con uno sguardo truce il suo suggerimento interessato, chiedendosi come mai non mi fosse stato chiaro sin da subito. Ringraziai la mia buona stella che aveva certamente deviato la palla in volo perché – mi convinsi – io avevo tirato preciso. In ogni caso, minacce o no, quella fu l’ultima volta che giocai all’ala. Piedoni ineducati, una conformazione fisica più simile a una scamorza che a Donadoni e una corsa lenta, indolente e caracollante, mi rendevano inadatto a qualunque ruolo: mi piazzavano in difesa, contando più sulla tigna che su una reale capacità di fermare gli attaccanti. Mio padre, mi ripetevano i vecchi quelle poche volte che mi capitò di giocare allo stadio del paese, era stato sul campo tutta un’altra cosa. Veloce, durissimo e corretto, alto un metro e un tappo ma elastico come una molla: nessun attaccante vedeva la palla con lui, espulso una sola volta per aver insultato un arbitro fascista sbeffeggiandolo col saluto romano. Io me ne fregavo alquanto, se dobbiamo dirla tutta: giocavo come potevo, ogni volta che mi chiamavano, e questo era tutto.

3.

In un paese rifugio dei terroristi fascisti solo fino a pochi anni prima, le scritte sui muri volevano, ogni pochi metri, il Msi fuorilegge, il Pci fuorilegge. La nostra meravigliosa toponomastica prevedeva, allineate e coperte, le vie Gorizia, Bolzano, Fiume, Trento, Trieste e Tripoli, con via Ugo Foscolo unica soluzione della italica continuità. Quando tornavo da scuola, era l’intera storia d’Italia del ‘900 a scorrermi sotto i piedi, altroché. Umberto I e Giacomo Matteotti si davano il cinque sul corso principale.

In via Bolzano, le scritte raccontavano della Roma merda e della Juventus: a volte merda, a volte ladra e in un paio di volte entrambe le cose. Scritte superstiti di qualche anno prima ringraziavano il Liverpool, mentre ovunque l’odio per Lecce grondava in mille rivoli. In un paio di casi i muri recitavano, rispettivamente:

COMUNTI ASSASSINI e COMUSTI LAVATEVI

sotto le quali un ignoto pedagogo aveva finito col consigliare:

FASCISTI ANDATE A SCUOLA

Io, che mi lavavo, andavo a scuola senza che nessuno me lo chiedesse sui muri e non ero certo un assassino, avevo della rivoluzione un’idea abbastanza vaga. A scuola non ce ne parlavano certamente. Mia cugina più grande era interessata solamente alle Timberland, ai Duran Duran, ai ragazzi con il fuoristrada – e col piumino, in inverno – e alla penuria di panini nel nostro arretratissimo paese. Della rivoluzione mi preoccupava seriamente il fatto di dovermi far crescere la barba come mio zio, o i capelli come Che Guevara. I capelli mi piacevano corti e Carevàune mi lasciava una certa inquietudine: non somigliava affatto a Simon Le Bon e veniva veramente difficile credere che avesse inciso davvero dei dischi, lui che spesso cantava addirittura in dialetto. Però mi convinceva l’idea che tutti quanti avrebbero dovuto condividere quello che gli serviva per essere felici. Una sola volta, infatti, era capitato che Alessandro, che aveva portato il pallone, si fosse rifiutato di giocare con noi. Non c’era verso di fargli cambiare idea con le buone e grosso com’era non avremmo combinato nulla neanche con le cattive. Continuò tutto il pomeriggio a far rimbalzare stancamente la palla contro il muro, mentre noi dopo averlo pregato, blandito ed infine insultato – per dirla tutta, Michele, che correva velocissimo, gli sputò pure contro prima di darsela a gambe – ci dedicammo a un pomeriggio selvaggio di nascondino, dal quale tornammo stanchissimi e felici, per scoprire che Alessandro s’era annoiato a morte, tornandosene a casa prima del tempo.

4.

La brughiera, nelle lande desolate di Scozia ed Inghilterra, evoca certamente storie di fantasmi, distillate dal latrare lontano dei cani persi nella nebbia. A me, senza l’ausilio del clima e anzi in aperto contrasto, davano i brividi le storie che sentivo sulla cava sbancata sulle colline attorno al paese per portarne via la terra rossa, diventata inevitabilmente discarica.

Era cominciato tutto pochi anni prima, perché la terra fertile nella zona di Martucci faceva gola a chi voleva rimpinguare campi esanimi e pieni di pietre, trasformandoli in un miracolo produttivo. Gli imprenditori locali non si erano fatti trovare impreparati e davanti alla richiesta di terra nuova avevano scavato numerose cave abusive già a partire dalla fine degli anni ’70.

I nostri pirati non avevano bende sugli occhi e neanche uncini alle mani: tiravano la carretta solo nel soprannome di famiglia, ma giravano per il paese con il portafogli gonfio facendo sfoggio di potere e sbancavano cave per riempirsi le tasche di nuovo e di più. I nostri pirati erano onesti padri di famiglia, sedevano in consiglio comunale, si inginocchiavano la domenica in chiesa e tutti gli altri giorni davanti al denaro, mentre condannavano tutto il paese. Non giocammo mai ai pirati, la puzza di quella finzione arrivava fino alle nostre narici di bambini.

Così, anche le nostre storie di fantasmi erano racconti di interi rimorchi sganciati dalle motrici ed abbandonati nelle viscere di una terra piena di inghiottitoi, doline, lame e corsi d’acqua sotterranea. Sopra, ciliegi, uva e i migliori carciofi del mondo crescevano ignari. Solo pochi mesi prima l’esplosione del reattore di Chernobyl ci aveva relegati in casa a bere latte a lunga conservazione e mangiare pasta con pomodoro coltivato l’anno prima, anche se la clausura era durata poco. Le voci raccontavano di tonnellate e tonnellate di insalata contaminata ed invendibile scaricata nella discarica e in altre cave abusive, scavate nelle campagne, senza che si riuscisse a fare chiarezza su cosa avvenisse davvero. I cani che abbaiavano laggiù me li immaginavo trascinarsi arrabbiatissimi con almeno due teste, a causa dell’olocausto nucleare di cui ci parlavano a scuola, distante solamente un bottone pigiato sulla scrivania di Gorbaciov o su quella di Reagan.

Che qualcosa di strano ci fosse davvero, in quella discarica, cominciammo a capirlo davvero nel giro di poco tempo. La puzza insopportabile quando girava il vento tagliava il fiato, altro che partite di pallone. Ce ne stavamo in casa a giocare al Commodore64, badando bene di tenere chiuse pure le finestre. A volte colonne di fumo nero si alzavano minacciose, mentre l’odore di copertoni bruciati si allargava nell’aria.

5.

Gli anni dei bambini scorrono lentissimi e sembrano infiniti, come le nostre partite di pallone. Il 1987 si chiuse con una gran sorpresa: i russi e gli americani avevano firmato un qualche accordo per il quale, ci spiegarono a scuola, non si sarebbero sparati addosso per un po’ e forse avrebbero addirittura preso la decisione, prima o poi, di diventare amici. Quando la maestra, poco prima delle vacanze di carnevale, ci chiese di disegnare l’inquinamento di cui ci aveva parlato spesso, praticamente tutti quanti disegnammo fabbriche coi tetti dal lucernario a zig-zag, che emettevano fumo grigio dai comignoli. In molti per buon peso ci parcheggiammo davanti alle auto, vuote ma con i tubi di scappamento ed i motori in pieno funzionamento. Il sole non si vedeva nemmeno, con tutte quelle nuvole sudice.

Leonardo Scaramuzzi, invece, no.

Leonardo disegnò una montagna di rifiuti circondati da alberi – di ciliegio, ci spiegò, e questo chiarì il motivo di quei pallini rossi tra i rami – e interrogato dalla maestra risposte che da due anni suo padre gli impediva di mangiare le ciliege dagli alberi, perché con la discarica ormai anche le ciliege puzzavano, e i topi salivano sugli alberi a mangiarsele loro, le ciliege.

Qualcuno sorrise di questa ingenuità e cercò di convincerlo che l’inquinamento era qualcosa di lontano, relegato alle regioni del nord dove avevano rinunciato a coltivare la terra o a pescare, per mettersi a lavorare nelle fabbriche. «Al massimo» disse Nicola, che aveva uno zio che lavorava all’altoforno «puoi trovare un po’ di inquinamento all’Italsider a Taranto, ma mica come a Torino!». Francesco rincarò la dose: «Tu senti la puzza solo perché tin nu nas da ddò p’zzing a Gerusalemm» e fece il gesto del naso che si allunga. Solo Maria Nuzzi era d’accordo con Leo, mentre io ricordo benissimo che non sapevo cosa pensare, di preciso. La maestra ci raccontava che l’inquinamento erano quei fumi densi che uscivano dalle fabbriche e dalle auto, e ci spiegava che si sarebbero dovute fare fabbriche più pulite e auto più pulite, e non fumare, perché fumare fa male. Mettere in discussione le auto, le fabbriche e le discariche sembrava più materia per racconti di fantascienza che roba da programmi scolastici.

Leo insisteva, però: si vede che ricordarsi la mancanza delle ciliege lo aveva lasciato davvero avvelenato. Di nascosto scrisse sul muro dietro la sua sedia:

LA DISCARICA PUZZA

Come ad ogni carnevale, anche quell’anno nell’intervallo giocammo a pentolaccia. Ovviamente tutti avremmo preferito poter giocare a pallone nella palestra, dove ogni tiro rimbombava e le urla saturavano tutto lo spazio. Mentre scendevamo le scale, Francesco si mise a prendere in giro Leo per via delle ciliege, della discarica, dell’inquinamento, del naso, o forse per tutte e quattro le cose. «Solo uno scemo nasone come te può pensare che l’inquinamento è quando c’è la discarica. L’inquinamento è quando ci sono le fabbriche» cantilenava Francesco, dietro le spalle di Leo, silenzioso accanto a Maria nella fila per due.

Quell’anno il bastone della pentolaccia toccò a Leo. Fu bendato, portato sotto la pignatta e incoraggiato. Me ne stavo tranquillo in attesa del mio turno, ma vidi benissimo che il nasone di Leo teneva la benda un po’ sollevata. Iniziò a roteare il manico di scopa sopra la testa fingendo scarsa mira, fino a che Sdèng! non lo calò sulla crapa pettinata di Francesco, e fine della pentolaccia. Tra le grida e i pianti, Francesco fu portato fuori dalla palestra. Fu allora che tutti quanti guardammo verso le colline.

6.

Un rogo isolato nella discarica in mezzo al nulla sparava fuori un fumo grigio, l’aria ferma lasciava che una colonna si levasse e salisse serena verso il cielo. L’immobilità del fumo nell’aria suggeriva che non già la discarica sputasse fuori veleno o vapore o grigio assortito, ma al contrario per mezzo di una cannuccia invisibile succhiasse le nubi ed il maltempo direttamente nella cava, che ho immaginato tante volte, da allora, piena di vapore denso, compattato da appositi macchinari in mattoni di nuvole solide. Con mattoni di nuvole solide, pensai, si potrebbero costruire case da sogno impermeabili alla pioggia, nelle quali non temere il rigore del gelo né il caldo opprimente e neanche l’arrivo di cattive notizie.

Come gira il fumo?

La discarica in contrada Martucci, nel territorio tra Mola di Bari e Conversano denominato La Conca d’Oro per l’altissima produttività agricola di elevata qualità, è stata la naturale conseguenza di continui abusi compiuti sull’ambiente. Già dalla fine degli anni ’70, società di movimento terra senza scrupoli hanno violentato il territorio, spostando milioni di metri cubi di terreno fertile e lasciando cave al posto delle colture tipiche. Persino una strada locale, che collegava le contrade Martucci e Pozzo Vivo, è stata prima spianata da una società di movimento terra e poi inghiottita dalla discarica.

Come prevedibile o forse come previsto, le cave hanno cominciato a riempirsi di rifiuti fino a che la cava in contrada Martucci non è stata trasformata ufficialmente in discarica, prendendo atto della realtà dei luoghi. Addirittura le cronache raccontano che le discariche sarebbero state uno strumento di risanamento ambientale, allo scopo di riempire le cave.

La gestione dell’emergenza rifiuti, negli anni successivi, ha consentito alla discarica di restare aperta in spregio alle più elementari norme di buon senso, mentre la politica, che ha contribuito a fare di un territorio ricco e a forte vocazione agricola un gruppo di discariche tossiche e maleodoranti, abdica al potere giudiziario decisioni che sono, nei fatti, puramente politiche.

La discarica in contrada Martucci è ancora aperta, il carciofo di Mola di Bari, un tempo vanto e ricchezza del territorio, non è praticamente più coltivato.

Il 16 gennaio 2015 si è svolta presso il Tribunale di Bari l’udienza preliminare per verificare la fondatezza delle accuse mosse dalla Procura di Bari nei confronti di 11 indagati e delle ditte Progetto Gestione Bacino Bari 5 e Lombardi Ecologia e, nel caso, avviare il procedimento per i reati ambientali commessi nella costruzione e gestione delle discariche presenti in contrada Martucci. La corsa contro il tempo per evitare la mannaia dell’ennesima prescrizione sui reati ambientali in Italia è iniziata.

Da giugno 2012 la discarica è chiusa, sostituita da un impianto di biostabilizzazione nel quale i rifiuti vengono pretrattati prima di essere bruciati nell’inceneritore di Massafra.

I roghi isolati continuano, benché l’attenzione mediatica attorno alla terra dei fuochi abbia inevitabilmente costretto, anche in Puglia, ad eseguire questi atti illegali con molta più circospezione. Una storia sufficientemente completa della discarica in contrada Martucci può essere letta qui e può essere approfondita nel libro L’ultimo chiuda la discarica (Levante Editori) di Pietro Santamaria.

Enzo Del Re, detto Carevàune è morto nel 2011. Negli anni ’90 ha pubblicato le sue ultime opere in musicassetta. L’ultima, nel 1994 come i Nirvana.

Leonardo Scaramuzzi e Maria Nuzzi sono andati a vivere in una masseria, vicino Cisternino.

Io nel frattempo ho ripreso a giocare a calcio all’ala sinistra con i soliti, pietosi risultati.

 

Questo racconto è stato scritto in origine per la raccolta “Tifiamo Scaramouche”, è incluso nel quarto volume che si può scaricare, assieme agli altri, qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/2015/06/scarica-i-4-quattro-volumi-di-tifiamoscaramouche-storie-di-guerra-di-classe-scaturite-da-larmatadeisonnambuli/ 

E allora le phoibe?

foibe

Partecipo volentieri all’iniziativa dei Wu Ming per riportare un po’ di verità nel dibattito italiano sulle foibe.

Un ottimo post per approfondire si trova qui.

::Lavorare Sbianca::

Successe un giorno che erano usciti a bere qualcosa. Non era ancora caldo, ma si stava bene nel pomeriggio che si allungava a rubare spazio alla cena. Decisero di sedersi fuori, ai tavoli di un locale non lontano dal centro, ricavato in un palazzo con pareti in pietra e un’aria solenne.

 

“Ma almeno il tuo lavoro ti piace?” chiese Claudia, piluccando una carota affettata in riccioli sottili.

“No di certo”, rispose Giancarlo.

“Perché non lo cambi allora? Non pensi di avere altre possibilità?”

“Sì, potrei cercarne uno nuovo. Ma non mi va.” continuò “La cosa che amo nel mio lavoro è la sua insopportabilità”.

“Non capisco” replicò Claudia.

“E’ molto semplice, in realtà” sbuffò Giancarlo “Non c’è nulla, nulla, che possa interessare qualcuno abbastanza a lungo da tenerlo occupato e contento per una vita intera. Ma il fastidio -il disgusto, se vuoi- quelli possono durare abbastanza da non annoiare mai.”

Prese una nuova manciata di arachidi e continuò “Dal mio lavoro resto disgustato in modo diverso ogni giorno, abbastanza preso da non avere tempo per altro. Mi si asciuga la bocca, il respiro si accorcia e a volte sono costretto a tirare il fiato.”

“Ma hai sempre detto che avresti voluto fare lo scrittore” obiettò Claudia. “Cosa ti costa provare?”

“Scrivo, infatti” sorrise Giancarlo “Mi bastano una penna e una vecchia agenda. Persino a voler essere assurdamente professionale, meno di mille euro basterebbero a comprare un portatile assurdamente potente e un programma di scrittura di cui sfrutterei, forse, la decima parte”.

“Ma potresti provare a farti pubblicare qualcosa” insistè Claudia.

“A dire il vero, quanto allo scrivere, l’idea di pubblicare è la sola che mi atterrisca”. Sorridendo, riprese: “Fare qualcosa che mi piace, per lavoro: questo mi terrorizza. Solo un pazzo, o uno scemo, o uno che è tutte e due le cose, può credere che lavorare sia bello, che si tratti di trovare quello che davvero ti piace, mentre intanto ti consumi con quello che ti disgusta”. Si accorse di aver messo su il solito tono aggressivo, sorrise, guardandosi le mani. “Pensaci: che senso avrebbe essere pagati se davvero si facesse solo quello che piace? E’ evidente che assieme al bello delle cose dovrai mandare giù anche il brutto. Accettare che quello che ti piace diventi anche routine e farlo, perché è quello che ti paga l’affitto. E il cibo” continuò, bevendo un sorso di vino bianco. “Per quanto mi riguarda, la soluzione dell’enigma è semplice: trasformato in lavoro, vedrei un incubo grigio e monotono anche nel più colorato dei sogni. Ma il mio lavoro inutile, coi suoi orari dimentichi della vita, la tensione sottile e costante, la stanchezza continua, è il meglio che potesse capitarmi. Non corro neanche per un istante il rischio di ritenermi fortunato a lavorare, e questa” concluse “è la vera fortuna”.

Ridendo, Claudia rispose: “Non riesco proprio a credere a quello che dici. Vuoi farmi credere che non ti piacerebbe un lavoro bello e gratificante?”

“Non mi piacerebbe, no” rispose Giancarlo “Scrivere, suonare, dipingere per lavoro. Anche a convincersi e convincere gli altri di esserne capace, sarebbe ogni volta come strapparmi il cuore e gettarlo a cani sazi mai contenti. Nel mio lavoro quello che penso non interessa a nessuno, non devo condividere nulla: solo vincere il fastidio. E pensaci, poi: pubblicare” continuò, indicando un tascabile malmesso accanto a una borsa dorata, su una sedia infilata sotto il tavolo accanto “finire su pagine stampate, unte da mani distratte negli autobus del mattino. Compagnia da cesso, a portata di mano. Ninna nanna per aspettare il sonno.”

“Va bene, va bene: lasciamo perdere. Ma ci sarà pure qualcosa di meglio, che puoi fare sorridendo” insistette Claudia. “Sei pur sempre un ingegnere”.

“Se il mio lavoro fosse respirare” concluse Giancarlo addentando una tartina sbiadita “passerei la vita a trattenere il fiato”.

::del declino::

del declino abbiamo immagini diverse.

dovete credermi se vi dico che due mesi fa mi accingevo a correre una mezza maratona, venendo da tre mesi di allenamenti intensi e gratificanti, duri quanto goduti fino in fondo. non un filo di grasso mi avvolgeva, muscoli guizzanti -per quanto scarni, come sempre- si muovevano sotto la pelle. 

cento piegamenti al giorno, venti trazioni alla sbarra in tre serie da sette, poi sei e poi sette e mediamente dieci chilometri corsi ad ogni uscita mi avevano messo in una condizione fisica che non ho mai avuto neanche prima di superare la data di scadenza, e che mi domando se mai più raggiungerò.

due giorni dopo la mezza maratona un allegro infortunio durante un torneo di calcetto: gomitata assassina e due costole incrinate: dieci giorni in cui si dorme poco e male ma da seduti, e altri cinquanta giorni in cui si dorme meglio ma comunque nessuna attività è consentita.

oggi sono andato a fare una partitella di calcetto: inutile dire che ho visto con i miei occhi cosa significhi declino: una lama che taglia il fiato ad ogni misera accelerazione.

dopo qualche contrasto ho anche preso una bella botta e la partita è finita là. ansimante, sporco della polvere in cui mi rotolavo, mi sono steso ai bordi del campo con una busta di ghiaccio a lenire il dolore.

anche adesso scrivo con la gamba sinistra stesa e ghiaccio attorno al ginocchio: il declino ha molte facce, nessuna di queste è una faccia che sei contento di incontrare.

::autobus::

caldo, era caldo, pure decisamente afoso e l’asfalto irradiava puzza e polvere. traffico tutto intorno, e un panino decisamente calorico nella busta appesa alla mano sinistra. tutto consigliava decisamente prudenza, o almeno una abbondante dose di indifferenza. io invece, giacché c’ero, attraversai di corsa, e andai verso il carabiniere col casco, che fino a pochi minuti prima era stato implacabile nel multare chiunque venisse fuori da quella strada in controsenso, e ora invece ne usciva inforcando un vecchio califfone grigio scuro e con la ruggine a macchiare qualsiasi parte cromata. era decisamente caldo (l’ho già detto) e questo doveva farmi sembrare più rosso del necessario. gli dissi ad alta voce, perché tutti sentissero: -ma lo sa che lei sta percorrendo la strada controsenso? solo gli autobus possono passare di qua- e lui: -lo so…-

e io, allora, sudaticcio e stufo, già pentito della situazione, per provare disperatamente ad accendere un litigio: -lei è dunque un autobus- e lui: -beh, sì- e lo disse proprio muovendo la testa su e giù.

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::al tempo in cui suonavo il::

Al tempo in cui suonavo il basso e cantavo passavo il tempo a chiedermi come sarebbe stato avere un posto in cui organizzare concerti, feste, persino cineforum in cui sbadigliare. Inevitabilmente al mio paese non c’era nulla di simile, il centro sociale era -ed è, senza dubbio- frequentato solo da anziani e qualunque stabile comunale che potesse interessarci veniva sigillato immediatamente, occhio non vede e cuore non duole.

Andrea immagino la pensasse come me, altrimenti non si spiega come mai a un certo punto abbiamo iniziato a girare di notte per le campagne, alla ricerca di un posto largo a sufficienza da ospitare un concerto e lontano abbastanza dalla casa più vicina in modo da limitare le rotture di coglioni a quelle ordinarie, derivanti da punkabbestia e rompipalle assortiti, bestie tipicamente incluse nel prezzo del contributo libero per entrare ai concerti. 

Di quei giorni ricordo in particolare la mia scarsa agilità. Non che ora sia agile, intendiamoci, ma cinque chili in meno e l’allenamento per l’arrampicata mi permettono se devo entrare da una finestra di non sembrare una tragica salsiccia appesa al davanzale ad aspettare la stagionatura.

Tuttavia, non è di oggi che parliamo, e appunto in quei giorni, dicevo, la mia scarsa agilità mi teneva fuori da enormi masserie a cui erano state demolite le scale di accesso per scongiurare occupazioni (o più probabilmente crolli sulle teste spensierate dei visitatori notturni). Andrea invece è sempre stato agile, riuscendo ad arrampicarsi come una strana specie di lucertola fino alle finestre più vicine. Si calava nelle masserie, l’infame, dava un’occhiata in giro e invariabilmente tornava indietro scuotendo la testa. Sale troppo piccole, troppo strette e lunghe, troppo alte, troppo malmesse ci facevano continuare il giro. Abbiamo spazzato tutta la campagna in quelle notti, tanto che ancora adesso non ho più il dono di perdermi nelle campagne, nella mia terra, e mi riduco a perdermi per le colline di Firenze anche se non è la stessa cosa.

Una sera era piuttosto freddo, questo lo ricordo bene, e stretti nei nostri giacconi siamo scesi dalla panda, lasciata strategicamente sotto un vigneto. Incredibilmente, avevamo appena adocchiato una costruzione promettente con ancora tutte le porte e le scale di accesso al loro posto. Siamo entrati girando la maniglia, senza forzare nulla: non c’era proprio nulla da prendere, e quand’anche ci fosse stato non ci interessava prendere nulla, semmai portare amplificatori, chitarre e quel tot di rabbia che condisse il tutto. Saliamo le scale, tagliando il silenzio della notte mentre fuori inizia a piovere e iniziamo a guardare ovunque: questa vecchia catapecchia appare subito resistente e vissuta al punto giusto, ci dividiamo per capire meglio la composizione delle stanze.

La sala, diciamolo subito, c’era ed era proprio come la volevamo: non troppo grande ma non piccola, con il pavimento di pietra viva e le pareti un tempo imbiancate a calce e adesso scrostate. Cosa sarebbe servito a rimettere tutto in funzione? Beh, sicuramente un proprietario accondiscendente, un bel po’ di lavoro e di pittura e un gran bel generatore di corrente che potesse reggere tutti i watt necessari ai nostri amplificatori. 

Io e Andrea ci rincontriamo in cima alle scale, soddisfatti per la scoperta mentre fuori il vento inizia a far suonare tubi, pali, alberi passandoci attraverso. Entriamo nell’ultima stanza quando una figura imponente e bianchissima appare fragorosamente alla finestra e scompare con un ululato. Ricordo perfettamente la sensazione del cuore che si ferma per un attimo, mentre ci avviciniamo per guardare cosa ci ha terrorizzati, sporgendoci dalla finestra.

Il fantasma della masseria era un enorme telo per coprire il tendone di uva, abbandonato lungo il muro e sollevato dal vento fino alla finestra del piano in alto.

Ridendo sollevati scendiamo le scale, risaliamo in macchina e ce ne andiamo per non tornare più. 

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::alla fine avere un computer::

Alla fine avere un computer vecchio di sette anni era una buona scusa per non scrivere nulla; C. me lo chiedeva: “Com’è che non scrivi più?” e io le rispondevo con aria afflitta che sì, avrei scritto, avrei scritto e tanto, se solo non avessi avuto un computer così lento da mettere a dura prova la mia concentrazione, snervandomi. Posso aggiungere che avrei dovuto abbandonare le parole contenenti la lettera “m”, in quanto la tastiera aveva cominciato a rinunciare al suo corretto funzionamento. Me ne sono accorto quando ha cominciato a cambiare il senso alle frasi: “Non va bene, e ne sono accorto”. “Ah, e ne sei accorto, meno male. Essere accorti è sempre meglio che distratti.”

E invece adesso ho un computer nuovo, e che computer. Ci ho spostato sopra 10 gigabyte della mia vita, diciamo gli ultimi sette anni (appunto), diciamo quanto ho voluto conservare degli ultimi sette anni. E così eccoci, completamente fuori moda, a scrivere cose più lunghe di 160 caratteri.

La cosa che mi atterrisce è che a guardarle da lontano trenta righe sembrano poche. Ti guardi le unghie (mentre il computer è spento) e ti dici: “Ma che ci vorrà a scrivere trenta ridicole righe?” e ti rispondi (sempre guardandoti le unghie, e col computer spento): “Non ci vuol nulla, e le scrivo di tacco”.

E invece no. Neanche andando a capo spesso si scrivono trenta righe di tacco.

In generale, comunque, quello che mi affascina è il riuscire a valutare in meno di dieci secondi come scriverò, mi basta vedere come mi vien fuori il primo rigo; se stai sbadigliando ti capisco e sappi che questo primo rigo mi è venuto di merda, quindi è ragionevole pensare che il resto sia pessimo. Smetto allora, e almeno so che da domani trenta righe ci vorranno e saranno complicate. Vediamo cosa riesco a fare, sono il primo a farmi la domanda.