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::al tempo in cui suonavo il::

Al tempo in cui suonavo il basso e cantavo passavo il tempo a chiedermi come sarebbe stato avere un posto in cui organizzare concerti, feste, persino cineforum in cui sbadigliare. Inevitabilmente al mio paese non c’era nulla di simile, il centro sociale era -ed è, senza dubbio- frequentato solo da anziani e qualunque stabile comunale che potesse interessarci veniva sigillato immediatamente, occhio non vede e cuore non duole.

Andrea immagino la pensasse come me, altrimenti non si spiega come mai a un certo punto abbiamo iniziato a girare di notte per le campagne, alla ricerca di un posto largo a sufficienza da ospitare un concerto e lontano abbastanza dalla casa più vicina in modo da limitare le rotture di coglioni a quelle ordinarie, derivanti da punkabbestia e rompipalle assortiti, bestie tipicamente incluse nel prezzo del contributo libero per entrare ai concerti. 

Di quei giorni ricordo in particolare la mia scarsa agilità. Non che ora sia agile, intendiamoci, ma cinque chili in meno e l’allenamento per l’arrampicata mi permettono se devo entrare da una finestra di non sembrare una tragica salsiccia appesa al davanzale ad aspettare la stagionatura.

Tuttavia, non è di oggi che parliamo, e appunto in quei giorni, dicevo, la mia scarsa agilità mi teneva fuori da enormi masserie a cui erano state demolite le scale di accesso per scongiurare occupazioni (o più probabilmente crolli sulle teste spensierate dei visitatori notturni). Andrea invece è sempre stato agile, riuscendo ad arrampicarsi come una strana specie di lucertola fino alle finestre più vicine. Si calava nelle masserie, l’infame, dava un’occhiata in giro e invariabilmente tornava indietro scuotendo la testa. Sale troppo piccole, troppo strette e lunghe, troppo alte, troppo malmesse ci facevano continuare il giro. Abbiamo spazzato tutta la campagna in quelle notti, tanto che ancora adesso non ho più il dono di perdermi nelle campagne, nella mia terra, e mi riduco a perdermi per le colline di Firenze anche se non è la stessa cosa.

Una sera era piuttosto freddo, questo lo ricordo bene, e stretti nei nostri giacconi siamo scesi dalla panda, lasciata strategicamente sotto un vigneto. Incredibilmente, avevamo appena adocchiato una costruzione promettente con ancora tutte le porte e le scale di accesso al loro posto. Siamo entrati girando la maniglia, senza forzare nulla: non c’era proprio nulla da prendere, e quand’anche ci fosse stato non ci interessava prendere nulla, semmai portare amplificatori, chitarre e quel tot di rabbia che condisse il tutto. Saliamo le scale, tagliando il silenzio della notte mentre fuori inizia a piovere e iniziamo a guardare ovunque: questa vecchia catapecchia appare subito resistente e vissuta al punto giusto, ci dividiamo per capire meglio la composizione delle stanze.

La sala, diciamolo subito, c’era ed era proprio come la volevamo: non troppo grande ma non piccola, con il pavimento di pietra viva e le pareti un tempo imbiancate a calce e adesso scrostate. Cosa sarebbe servito a rimettere tutto in funzione? Beh, sicuramente un proprietario accondiscendente, un bel po’ di lavoro e di pittura e un gran bel generatore di corrente che potesse reggere tutti i watt necessari ai nostri amplificatori. 

Io e Andrea ci rincontriamo in cima alle scale, soddisfatti per la scoperta mentre fuori il vento inizia a far suonare tubi, pali, alberi passandoci attraverso. Entriamo nell’ultima stanza quando una figura imponente e bianchissima appare fragorosamente alla finestra e scompare con un ululato. Ricordo perfettamente la sensazione del cuore che si ferma per un attimo, mentre ci avviciniamo per guardare cosa ci ha terrorizzati, sporgendoci dalla finestra.

Il fantasma della masseria era un enorme telo per coprire il tendone di uva, abbandonato lungo il muro e sollevato dal vento fino alla finestra del piano in alto.

Ridendo sollevati scendiamo le scale, risaliamo in macchina e ce ne andiamo per non tornare più. 

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